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Museo

THERMAE VESCINAE

Le “Aquae Vescinae”, celebrate da poeti come Lucano e Plinio, fino agli inizi di questo secolo erano note solo ai cultori di lettere latine che, tra l'altro, dubitavano persino della loro esistenza perchè il nome, col tempo, si perse mentre rimase quello generico di “Caldana Putida” dato nell'alto medioevo a significare l'esistenza a Suio di acque calde solfuree. Né ad individuare le “aquae” servivano i ruderi affioranti di edifici romani che, invece, testimoniavano l'uso delle acque anche in epoche precedenti al medioevo. Sui ruderi romani, poi, sorse il complesso termale, con un ospizio ed una chiesa dedicata al culto di Sant'Antonio Abate, edificato dai monaci di Montecassino, divenuti proprietari delle sorgenti e dei territori circostanti con una donazione del 1078. Tutta la località, in seguito, prese il nome del Santo al cui culto fu eretta la chiesa.
La conferma dell'esistenza delle “aquae” venne quando, a seguito degli scavi iniziati nel 1877 e protrattisi fino al 1892, venne alla luce un'epigrafe marmorea in lingua latina che suona così:

Per la salvezza, la vittoria ed il ritorno dei nostri signori augusti Antonino (=Caracalla) e Geta, invittissimi, e di Giulia Domna, madre degli Augusti e degli accampamenti, al Genio delle Aquae Vescinae Antonio ed Eugenio, servi dispensatori posero.-

L'epigrafe, oltre ad indicare con certezza il luogo dove sgorgavano le aquae vescinae, ha dato un enorme contributo alla tesi di quanti sostengono che Vescia, mitica città aurunca di cui non se ne serba traccia, sia posta al di qua del Garigliano.
L'epigrafe va datata con certezza tra il 14 febbraio 211 d.C. E il 26 febbraio 212 d.C. Perchè non ricorda più Settimio Severo, padre di Caracalla e Geta, morto il 14 febbraio 211 e parla ancora di Geta, il cui nome fu abraso, in seguito, per la “damnatio memoriae” dopo che fu ucciso dal fratello il 26 febbraio 212. In quell'anno i due fratelli combattevano ancora in Britannia, essendo succeduti, al comando dell'esercito, al padre imperatore. Ciò spiega anche perchè l'epigrafe inizi con la dizione “Per la salvezza, la vittoria e il ritorno”.

L'edificio termale, così come era visibile prima delle distruzioni subite nel corso del II conflitto mondiale, distruzioni che ne lasciano in piedi solo qualche muro, era posto sulla sinistra, guardando il nord, di una strada lastricata con basoli di basalto. A destra della strada sorgeva un “ospitium” (=albergo).
Al centro delle “Thermae” si apriva un atrio con pavimento a mosaico. In mezzo un impluvio, dal cui piano si alzava una fontanina di alabastro. Dall'atrio si accedeva alle due ali, destra e sinistra, dell'edificio. A destra vi erano tre ambienti con vasche da bagno e una piscina. Dalla prima di queste sale si accedeva, tramite una scalinata semicircolare, al salone posto dietro l'atrio nel quale era la vasca di Nerone, nome che tuttora rimane.
Dalla seconda sala, invece, si accedeva ad una serie di camere retrostanti che erano adibite a calidarium, tepidarium e frigidarium.
La terza sala comprendeva una piscina di forma irregolare.
L'ala sinistra delle Thermae era destinata probabilmente a bagni e cure speciali. In quest'ala vi era un calidarium con muri in opera reticolata (opus reticulatum).
Dagli scavi delle Thermae rivennero alla luce anche un'epigrafe in caratteri greci, dedicata ai figli di Igea, dea della salute e un elegante putto di stile ellenistico.

(tratto da una ricerca a cura di Emma Duratorre e stampato dalla Regione Lazio).

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